Disclaimer: Questi personaggi non mi appartengono, ma sono proprietà di Ryoko Ikeda e di chiunque abbia diritti sul personaggio di Lady Oscar ed il suo mondo; questa storia è stata scritta senza alcuno scopo di lucro.

Ringraziamenti: a Polly_anna che ha betato  alcuni capitoli successivi a questo.

 

Una Storia rococò

Prologo – Di Bicchieri, Matassine, Orsi e Uomini Degni di Questo Nome

 

“… Malesherbes ha sbagliato!“ disse seccamente il Generale.


Il rumore sordo di vetro contro il legno echeggiò per lo studio fino a raggiungere la ragazzina, rintanata in una poltrona à dome, che sobbalzò.
Inquieta, dedusse che il Generale doveva aver sbattuto un bicchiere sullo scrittoio.

Se quel bicchiere era – era stato! – pieno, Monsieur Henri avrebbe fatto meglio a stare molto attento a quello che diceva: fosse stato un animale gli avrebbe consigliato di stendersi a terra e fingersi morto.

I pensieri presero a turbinarle per la testa come foglie nel vento poco prima di un temporale – non molto ordinatamente, insomma, lo capiva da sola… ah! cosa non avrebbe dato per potersi sporgere oltre lo schienale che l’avvolgeva e dare una sbirciatina a quei due per capire esattamente cosa stava succedendo! Cosa!
Ma aveva giocato per anni a nascondino con sua sorella e con André e un paio di cosette sapeva di averle imparate – sulla sua pelle per altro.

Regola numero uno: “se non ti vedo, tu non mi vedi” è una affermazione quasi sempre falsa.

Regola numero due: “se ti vedo, tu mi vedi” è una affermazione quasi sempre vera.

 

Lei, ad essere vista, al momento, non ci teneva affatto – sperò solo che, a restarsene lì, ferma e immobile, a gambe incrociate, respirando piano, non le venisse un crampo.

L’osso di balena del petit-panier le premeva la coscia, ma cercò di non farci troppo caso; la prima cosa da fare, decise, corrugando la fronte, era sciogliere tutti i suoi pensieri, come nodi in una matassina da ricamo: uno alla volta, con calma e buonsenso.

Non ci sono nodi che non si possano sciogliere, pensò, mal che vada si cerca una soluzione creativa – si imbroglia un poco, cioè… arrossì.
Del resto, rifletté infastidita, se lo aveva fatto Alessandro Magno e a tutti era piaciuto così bene da citarlo come esempio, perché lei non avrebbe dovuto?

L’avevano pure costretta a studiarlo… Aveva tradotto Plutarco per ore durante tutto l’inverno, le dita che gelavano, rattrappite sul calamo – bella prosa, molto teatrale e quell’accento posto sui piccoli gesti quotidiani, i “segni dell’anima”… beh le era piaciuto –  Le Vite Parallele, Biòi Parallelòi era stato un gran bello studiare.
Plutarco, era un greco pazzo ed erudito (di sicuro piaceva a Clément, ci avrebbe scommesso!).
S’era messo in mente di narrare delle vite di personaggi storici, a coppie, un greco ed un romano, che avevano affrontato problemi simili. A lei era piaciuta quella di Antonio – passionale, forte bevitore, spendaccione, amico di mimi e flautisti, che banchettava nell’ombra dei boschi e si ritagliava del tempo  – e pura una certa cura – per le sue cattive abitudini… un uomo imperfetto, non necessariamente di Versailles, che non fingeva di essere ciò che non era e che, però – sorrise – credeva in qualcosa: nell’amicizia, su tutto.
E in Cleopatra, ovviamente.

Plutarco non aveva niente da invidiare a Shakespeare, decise.
Quanto ad Antonio, alzò gli occhi al cielo, le ricordava qualcuno che avrebbe fatto meglio a rigare un po’ più dritto.

Al precettore, invece, ovviamente, la vita di Antonio non interessava… figuriamoci!
Preferiva le vite di Cesare ed Alessandro Magno… ti pareva? Lascia scegliere ad un uomo tra una storia d’amore ed una di guerra e lui che sceglierà di farti studiare? La guerra! Poco ma sicuro! E ci si era messa pure sua sorella…

Così adesso, lei, su come Alessandro Magno scioglieva i suoi, di nodi, sapeva tutto! (tagliava via senza pensarci troppo, altro che sciogliere pazientemente…).

“… e quando dico che ha sbagliato intendo non di poco!” – un ruggito!

 

La ragazzina sobbalzò, poi scosse la testa…addirittura! Non bastavano i leoni sul blasone di famiglia… pure in casa se li dovevano ritrovare?
No, decise, pensare a Plutarco non l’avrebbe aiutata. Né questo pomeriggio, né mai, che il precettore e Clément se ne facessero una ragione… non era lui che diceva che il Fato era una cosa molto più inevitabile di quanto si credesse? lo aveva tradotto, le pareva… e in cosa mai ti può aiutare uno che la pensa così, quando un leone ti ruggisce contro? In un bel nulla di nulla!

Cercò di rilassarsi massaggiandosi piano le gambe – doveva solo resistere ancora un po’… fuori c’era il sole, non sarebbero rimasti rintanati lì per sempre a bere quei due, no?

Che il Generale stesse per frustare Monsieur Henri, rimuginò tra sé, le sembrava poco probabile. Proprio lì, poi, nello studio che una volta era del Nonno! Frustare un loro ospite come avrebbe fatto con una qualunque delle sue figlie… figuriamoci!

Ma, quando il Generale iniziava con quel tono, la faccenda finiva sempre con il palmo della mano in fiamme.
Senza rendersene conto strinse a pugno la mano sinistra e ripensò per un attimo a quello che era successo alla mattina – dodici colpi, il Generale non era uno che diceva tanto per dire.


Se il Generale l’avesse scoperta lì – a cercare dei libri, poi – tutta l’irritazione per Malesherbes l’avrebbe riversata su di lei.
Perché, semplicemente, lei era quella a portata di mano.
Anzi.
Di frustino.

 

Rabbrividì disgustata.

 

Quanto a Malesherbes… corrugò la fronte… Malesherbes doveva averla combinata davvero grossa, se il Generale moriva dalla voglia di rimetterlo in riga… ma… quale dei Malesherbes?

Non che poi fosse così importante, rimuginò accarezzando piano il braccialetto che portava al polso – un semplice laccio con due monete d’oro, una grande e una piccola.
Ma se poi finiva come poteva finire – arricciò le labbra in una smorfia – era suo diritto sapere per colpa di chi, mentre tratteneva il fiato ad ogni colpo.
E comunque su qualcosa doveva concentrarsi, perché lo sentiva, lei lo sentiva che stava sul serio per venirle un crampo!

 

Fissò indispettita le scarpette abbandonate sul tappeto, sperando che i due uomini non le notassero.
Poi mordicchiò il labbro pensosa… sperava tanto che il Malesherbes in questione non fosse il vecchio Guillaume, Signore di Blancmesnil, nonché Signore di Malesherbes, nonché fratello minore del marchese di Baville – il Generale avrebbe apprezzato la precisione genealogica – ma, oltre a tutte queste belle cose, il vecchio Guillaume era stato soprattutto un amico e un corrispondente del Nonno Antoine.

 

Le sue lettere odoravano di tabacco da fiuto e menta marocchina. A lei piacevano tanto.


No, non sarebbe stato giusto che il Generale – ancora ruggiva! – ce l’avesse proprio con quel Malesherbes lì. Spostò piano il peso del suo corpo – mentre una serie di idee non proprio gentili le attraversavano la testolina, e che riguardavano i petit-panier, le balene, i loro ossi che poi non erano ossi, ma denti! e certi animali scorbutici che pure da morti cercavano vendetta, mordendo le ragazzine…
No, il vecchio Guillaume, no, rifletté speranzosa, già l’aveva passata l’anima dei guai suoi: il Re lo aveva esiliato nelle sue terre per non essersi piegato a fare il Cortigiano! A ottant’anni suonati – il Nonno ne era stato disgustato, disgustato! – mentre il fratello Marchese, che si era distinto per lo zelo nella caccia ai Protestanti – un bel giro di parole per dire ben altro! – ah beh! su quello nessuno ci aveva trovato niente da ridire…


Strinse la moneta nel pugno perché non tintinnasse mentre piano piano cercava di stiracchiarsi: ma cosa poteva aver mai combinato, di nuovo, quel vecchietto terribile, rinchiuso nel suo castello?

 

Sentì il frusciare della seta e si concentrò su quel rumore: o Monsieur Henri si stava muovendo a disagio, lì, in piedi,  sul tappeto verde davanti allo scrittoio, dove loro, tutte loro, venivano convocate per ascoltare l’elenco dei loro sbagli.

Oppure Monsieur Henri doveva aver accavallato le gambe.

 

Ci sperò tanto.

Nelle gambe accavallate, sia chiaro.

 

Loro, lei inclusa, tutte loro, le figlie del Generale, avrebbero danzato la loro paura, bilanciandola da un piedino all’altro, come un orso da fiera.
Con più grazia, magari – tutti quei soldi spesi per le lezioni di portamento con il maestro di danza! – tanta di quella grazia che il fruscio della seta delle gonne sarebbe stato impercettibile; ma, gira e rigira, pure lei sarebbe stata solo un orsetto ipnotizzato da una frusta.
Un orsetto carino – col pelo di un gran bel colore vibrante pensò tutta soddisfatta, sfiorando delicatamente la moneta che portava al poso con la punta dell’indice, un colore che era una affermazione, mica uno scusatemi tanto –  ma sempre un orsetto che faceva il suo numero, mentre l’inevitabile si gonfiava e cresceva nella stanza, come i mostri rintanati sotto il suo letto a Palazzo, quando era piccola.

 

No, scosse la testa, queste cose da bambini a Monsieur Henri de Girodelle non si addicevano proprio.
Se lo voleva immaginare, piuttosto, nella sua classica posa “parliamone”, quella che i suoi figli copiavano senza rendersene conto.
Li aveva visti tante volte, nel loro Salotto Piccolo, a Palazzo Girodelle, durante una discussione, accavallare le gambe, o incrociare le caviglie, eleganti, e scrutarsi, domando le parole, dicendosi senza parlare le cose che dicono i gatti, quando ti fissano con la coda a punto interrogativo: quello che dici ha attratto la mia curiosità, guarda che ti ascolto, non pensare mai che io non ti dia retta… e, piccolo particolare, sono contento che tu, proprio tu, ci sei.

 

Un po’ come quando Clément l’aveva aiutata, alla mattina, con quella stupida lista… così gentile… Santo Cielo… Clément! sentì che stava diventando scarlatta, per stamattina… gli doveva parlare? Cioè lui si aspettava per caso che lei gli dicesse qualcosa? Lo dava per scontato? E cosa? E se fosse stato lui a voler parlare?

 

Cercò di scacciare la tentazione concentrandosi sui discorsi di quei due uomini…

 

“Malesherbes il suo lavoro l’ha sempre fatto egregiamente: un uomo pragmatico che ha rafforzato un sistema messogli in mano dai suoi predecessori e che lo ha reso meno rozzo.”
La voce era tutto un accordo di note basse, con una punta di raucedine. Un contrabbasso ed una viola da gamba… adorava quella voce… la ragazzina sorrise tra sé: Monsieur Henri, coi suoi occhi di ghiaccio, non stava accampando scuse, con la coda tra le gambe! Monsieur Henri teneva il punto con calma e cortesia.
Gambe accavallate dunque! Alla maniera dei Girodelle! Bene!

 

Al mondo c’erano ancora uomini degni di questo nome.

 

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