Il Dissenso

Da sistemare

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Bicchieri di vetro

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Bicchiere da vino

Note: per forza di cose: più materiale sull’Inghillterra che sulla Francia…
Una fonte è questa:il sito del Museum of London.
Un altro sito è interessante:18cglass.co.uk . Il “vetro” che mostra è per lo più inglese.
D’altro canto l’Inghilterra esportava vetreria in Europa – ma i pezzi più belli venivano dalla Boemia, dall’Olanda, dalla Francia, dove era normale che il  bicchiere fosse inciso.

Traduco e riassumo rapidamente.

Il vetro era costoso e quindi  non era comune per oggetti “da cucina”; era riservato ad oggetti che si potevano mostrare a degli ospiti.
Niente pirofile, niente contenitori in vetro in cui sbattere uova, insomma.

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Rummer
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Calice da vino  francese, 1770ca – dal sito 18cglass.co.uk

Se si beveva vino diluito con acqua si usava un “rummer” (un bicchiere con stelo largo su piedino) – o un calice (goblet) (coppa grande su stelo piccolo).
Ho visto in giro delle immagini di rummer tedeschi molto belli, con lo stelo enorme.

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Bicchieri da cordiale dal sito p2.liveauctioneers.com

Il gin ed i liquori a base di frutta venivano bevuti in “cordial glasses”: coppa piccolina su uno stelo sproporzionatamente alto

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Bicchiere da birra dal sito ancientglass.files.wordpress.com

Per i biccheri da birra : forma cilindrica e manico

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Bicchieri da “ale”dal sito scottishantiques.com

Gli “ale glasses” (una specie di birra, più alcolica rispetto alle attuali, non invecchiata) erano alti , stretti, e molto spesso incisi

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Bicchiere da vino “alla veneziana”, 1710 ca – dal sito 18cglass.co.uk)

Diversa la forma di un bicchiere da vino “alla veneziana”, non necessariamente prodotto a Venezia. La coppa è a forma di tromba.

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Firing glass del 1750 ca – dal sito 18cglass.co.uk)

 

E poi c’erano i “firing glass”: bicchierini da usare per i brindisi nei club maschili. Dicevano “alla salute” o quel che era, e poi sbattevano il bicchiere sul tavolo: una tavolata di bicchieri sbattuti produceva un suono simile a dei colpi di moschetto, da cui il nome. Non so se esista l’equivalente francese!

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dal sito Bonhams.com

Rinomato il “blue glass” di Bristol.
Metto la foto di un anello con i diamanti ed una placchettina, appunto, di quel vetro.

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Bottiglia per liquore

Dal 1770 fu “de rigueur”, Inghilterra, avere i bicchieri da vino blu o il decanter per il rum fatto in quel materiale – si rirfoniva anche Giorgio III dalla fabbrica di Lazarus Jacob.

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Brocca per Vino

Ogni quanto aggiornare una storia a capitoli

L’immagine a lato è presa dalla rete – se si desidera venga rimossa, basta chiederlo.

L’autore è Giuseppe Novello, un umorista (un pittore ed un illustratore) nato verso la fine dell’Ottocento.
L’immagine la conosco molto bene – sta in un libro letto quando ero piccoletta (una raccolta di vignette, forse Il Signore di Buona Famiglia) e dice una cosa vera: che tutto dipende.

La domanda “ogni quanto aggiornare?” era qualcosa su cui sentivo dibattere nel 2000, non capendoci molto: se lavori e hai una famiglia davvero riesci ad avere un Piano dell’Opera come le pubblicazioni che trovi dal giornalaio (dal presepe al treno in miniatura, passando per un corso di cucina)? Io non credo.

Continua a leggere…

Libro nel XVIII secolo

Fonte: La Nascita del Libro di Febvre e Martin (Biblioteca Universale Laterza)
marocchino

Nel Settecento una fetta dei lettori torna ad appassionarsi al libro illustrato.
Questi “nuovi” lettori appartengono all’aristocrazia del denaro, che vogliono crearsi una biblioteca personale, ma che disdegnano le opere serie: più che lettori sono bibliofili ed apprezzano il libro sontuosamente rilegato e riccamente illustrato. Si stampano Les Fables e Les Contes di LaFontaine, Le Temple de Gnide di Montesquieu (opera giovanile, “peccato” di gioventù, pubblicato anonimo, un romanzo “d’amore” su due coppie che cercano due “soluzioni” diverse).

Il libro “corrente”, comunque viene sempre rilegato con copertina rigida. La brossura nasce nell’Ottocento, con l’invenzione della macchina da stampa a vapore.
Non vengono però più ornati ed incisi i piatti, ma solo il dorso: è cambiato anche il modo in cui i libri vengono stipati sugli scaffali, non più in orizzontale, ma in verticale, e il dorso è la sola parte che è sempre bene in vista.

Cosa incideva in particolare sul costo di un libro? La carta.
Incideva per circa il 50%.
L’altra grossa fetta erano le spese di correzione delle bozze.
La stampa vera e propria non costava molto in proporzione.

Mettere su un laboratorio di stamperia non era costoso, quello che costava davvero era appunto la produzione del libro: lo stampatore per lo più era uno stipendiato di un grande libraio -editore, che, spesso possedeva anche il materiale per la realizzazione del libro (caratteri particolari, materiali per ornamenti) che poteva prestare al tipografo per il lavoro commissionato.
Il libro, in quanto articolo di lusso, era soggetto alla crisi ed era un investimento aleatorio: nessuno poteva davvero fare predizioni sul successo di un’opera presso il pubblico. Per questo motivo una grosse fetta della stampa era dedicata ad opere di Chiesa, destinate a non subire grosse flessioni in epoca di benessere e ad essere particolarmente ricercate in epoca di recessione economica.

Lo stampatore con più di quattro torchi, comunque, nel Settecento, a Parigi, resta una rarità.

 

 

Il più bel sito di fanfic

Il più bel sito di fanfic è per forza di cose il primo che si è sperimentato.

Sugarquill.

Nato come sito / forum per lettori adulti di Harry Potter raccolse vecchi e vecchie babbione per lo più americane, però anche italiane e scandinave – mi ricordo una storia stupenda e pitonesca nel senso che dentro c’era Piton / Snape che gigioneggiava, tutta intrisa di mitologia nordica.

Belle storie, un po’ di scazzi qua e là, ma del tipo che tanto poi passa, tanti punti di vista – e ti credo! la storia era in corso… era appena uscito Il Calice di Fuoco e tutto poteva essere – storie con Harry che si rivelava cattivo, peggio di Voldemort e che in realtà avrebbe dovuto venire distrutto, avventure con astronomi ed unicorni, storie d’amore, la stanza del professor Snape – una descrizione mi piacque da matti, una prigione da mondo utopico: sala centrale con corridoio attorno, lui sotto sorveglianza con le telecamere, i mobili tutti un tripudio degli anni ’60, compresa la chaise longue reclinabile di Le Corbusier, che poi non era sua, ma è un dettaglio.

I disegni di Martha – stupendi, il sito lo chiuse, ma in giro qualcosa si trova.

I commenti di Paleologus che tentava di spiegarmi la differenza tra una shrienking violet ed altri tipi di timidezza – traducevo la mia fanfiction in inglese, due palle che ancora mi fanno tremare i polsi al ricordo.

L’11 settembre – chiesero alle newyorkesi di fare un check in per piacere, per quanto vicino sembrava un po’ più vicino.

I discorsi, mentre ero incinta, con le ragazze della Leche League.

Il sito ormai ha chiuso- credo sia anche un bel sito “archeologico”, uno dei primi ad usare MySql per l’archiviazione (prima vedevo dei siti in cui si faceva a mano, ore per la manutenzione, per rilinkare una storia). Versione di milllemila anni fa.

Parte dei thread del forum so che andarono persi: si erano appoggiati su un sito che offriva lo spazio e poi chiuse.

 

Era associato un archivio moderato – per ovvie ragioni lì non c’era nulla di mio – molto bello, amante dei Weasley e di Ron (un sito per brave ragazze che aspirano a bravi ragazzi) con submission dates (attesissime) ed un servizio di betaing davvero ben fatto.

 

 

Il What if – 2

In parte credo sia colpa della Ikeda: il mondo che ha usato esiste ed è il Settecento Francese; non possiamo esserle grata di una geografia nuova e di una società distopica tutta sua, in cui sguazzare allegramente, citandone i dettagli più belli ed aggiungendone altri a corollario.
I personaggi sono in parte realmente esistiti ed in parte no, ma non c’è tutta quella pletora di uomini, donne, ragazzini e ragazzine con cui ci ha deliziato JKR: immaginare una annata intera di piccoli maghi che iniziano un anno scolastico crea tante possibili storie e tanti possibili incroci tra questa storie diverse, anche se poi quelli che davvero erano qualcosa di più di un nome, alla fine, erano il Trio e Neville Longbottom. E Draco. E la MGonogall e Piton e Silente, e i fratelli Weasley e Remus Lupin e Sirius Black, e Viktor Krum… potrei continuare. Avere però una Parvati Patil, una Lavender Brown consente di sviluppare un personaggio, per  quello che se ne sa, senza doversi inventare un Personaggio Originale.

La Ikeda, forse bloccata dal fatto che quello a cui stava lavorando era solo un manga e non un libro, ha condensato 35 anni di vita, diciamo 20 grosso modo, in un anno di pubblicazione.
La JKR ha narrato 7 anni di vita in 7 anni, arricchendo la storia di flashback e narrazioni in modo da mostrarci tre generazioni diverse di maghi. I libri sono usciti con un certo intervallo e questo ha consentito ai fan di creare il “fanon” con tutti i suoi cliché, le sue regole ed i suoi clan.

Il ruisultato è che la Ikeda non ha un gran numero di personaggi che spiccano e mostra una Oscar ed un André molto soli, quasi due simbionti.
Le sorelle di Oscar… chi sono? Sono 5, ma nessuna entra in gioco davvero – solo, forse, nelle Storie Gotiche. Madame Marguerite, che pensa della decisione di suo marito? Non è dato da sapere – vogliamo mettere con la mamma di Draco? Che vediamo mutare nei libri ed acquistare profondità fino a fare scelte per il bene di suo figlio?
Oscar non ha nemmeno un amico?

Nei romanzi regency la frequentazione di Eton o di collegio analogo serviva non solo a fornire una educazione a dei ragazzini, ma consentiva il famoso networking, la socializzazione, insomma:  la creazione di quei legami di amicizia che sarebbero stati utili, in seguito, per lavoro, affari, politica, e matrimoni. I genitori di Oscar, non si preoccupano che il loro erede non abbia le amicizie “giuste”? E’ vero che diventerà “amica” di Maria Antonietta, ma…

Oscar entra nelle Guardie Reali, ma non conosciamo nessuno dei suoi colleghi – io penso ad un film come Ufficiale e Gentiluomo e faccio una smorfia: nonnismo? il capo che cerca di forgiarti facendo lo stronzo? richieste che non sono quelle a cui sei abituato? convivenza con persone che non conoscevi fino al giorno prima? Perfino in Cyrano de Bergerac si parla del rapporto cameratesco tra compagni d’arme… e i tre moschettieri? ne vogliamo parlare? E un libro strabello come Doctor Newman? O L’Ammutinamento del Caine? (film e libro). Si narra di riti di passaggio, per quanto la protagonista ai nostri occhi spesso sia Wonder Woman, davvero è preparata a obbedire e a comandare?

Oscar sembra conoscere solo Girodelle, con cui ha un rapporto praticamente inesistente. E’ solo quando passa nella Guardia Metropolitana che conosci i suoi uomini, che a quel punto, però, sembrano i bambini che non ha mai avuto. Unico “sfidante” risulta Alain, che nel manga è dipinto come più giovane, sbruffoncello, un po’ ridicolo e che alla fine resta soggiogato dal fascino del Comandante – da quel punto di vista Dezaki ha lavorato “bene” rendendo l’attrazione molto più nascosta e facendone più un tipo rude e fascinoso.
Se si pensa al manga: amici, amici alla pari, Oscar, non ne ha. A parte André. E forse Girodelle, che però non conta e non viene apprezzato.

Insomma una Ikeda forse un po’ scarna nella sua visione della storia, o forse giovane, o forse semplicemente non focalizzata su Oscar che avrebbe dovuto essere, all’inizio, solo un personaggio di contorno, ha dato vita ad un personaggio molto misterioso, cui si può attribuire molto, ma anche nulla, e che giganteggia rispetto agli altri (pochissimi) comprimari.
Non c’è una donna per Girodelle, o una per Alain, e nemmeno una alternativa per André. Per essere un romanzo “femminista” di donne interessanti non ce ne è: la Regina è debole e sciocchina, Madame Marguerite assente e non porta nessun tipo di valore, Rosalie piagnona, Jeanne e la Polignac perfide. Nessuna sorellanza per Oscar.

Il che, forse, la rende la storia preferita per le ragazzine: la protagonista è , alla fine, senza rivali… in assoluto  l’Unica Reginetta del Ballo della storia in cui si trova catapultata.
Con chi potrebbe sostituirla Girodelle? Nessuna! E André lo potrebbe avere un altro amore? Impossibile! Nessun personaggio femminile è degno. Per cui tute contente se ci si vuole immedesimare…

Però questo crea grossi guai con la definizione di what if.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il What if

Il what if è stretto parente dell’OOC: è un cambiamo le carte in tavola.
Mentre un OOC può essere incidentale e, a quel punto, un difetto della narrazione, un What if è sempre voluto.
I primi che lessi erano dei fumetti della Marvel, ma i what if  hanno anche dei “parenti ricchi”: le ucronie, romanzi in cui appunto si cambia un dettaglio e da lì cambia tutto.
Il più famoso forse è La Svastica Sul Sole, dove Hitler e Giappone hanno vinto la Seconda Guerrra Mondiale, e gli Stati Uniti d’America subiscono la stessa sorte della Germania dopo il 1945. Per me un romanzo “peculiare”, dove l’I-Ching regna sovrano, e che contiene pure un libro nel libro: uno dei protagonisti è un scrittore e la sua opera è a sua volta una ucronia, che narra di un mondo in cui la Germania ha perso la guerra. Permette sguardi ad un mondo alternativo che farebbero apparire la loro normalità in fondo mostruosa.
Bello anche Fatherland di Harris, stesso snodo temporale, un giallo / spy story, ambientato in Germania, tra opere d’arte e ricostruzione di carriere, come avrebbero potuto essere, poesie vietate e giornaliste americane.
Ne scrisse uno anche Winston Churchill.

Diciamo che le ucronie ragionano in grande, un what if nel piccolo: e se Draco fosse stato gentile con Harry quando si incontrarono la prima volta ed i due fossero diventati amici? Potrebbe cambiare solo un piccolo dettaglio qua e là, o potrebbe cambiare tutto.

Sono belli questi what if? Si, spesso si.

Alcuni sono anche necessari: se la saga è in corso (vedi Harry Potter) puoi immaginare una storia che parte dal volume 5. Peccato che mentre la stai scrivendo, possono essere usciti tutti i libri ed il finale ufficiale è stato inchiavardato: quella storia così strabella che avevi immaginato con tanta cura è diventata per forza di cose un what if – Piton muore, Hermione sposa Ron, fine delle Dramione! o la butti via, o la trasformi in un originale, o diventa un what if e stop.

Il fandom di Lady Oscar rappresenta, in questo scenario, un caso a parte: come tutti sanno i due protagonisti muoiono; prima lui e poi lei – non c’è nessun miracoloso intervento della squadra di Grey’s Anathomy! E’ in parte la bellezza della storia ed in parte la sua dannazione: si amano solo una notte, poi la loro vita si chiude stupidamente e noi fan tutte a piangere disperate.
Per questo motivo, la maggior parte delle storie, per quel che ho visto, o è una narrazione di missing moments molto fedele all’originale della Ikeda o parte dal presupposto che quei due non siano morti. Però, in ogni caso, sia che si rcostruisca un momento non mostrato nell’anime, sia che si salvi André dalla pallottola, i due si amano follemente.

Storie in cui lo snodo arriva prima, mi pare siano viste un po’ con sospetto, soprattutto se non conducono rapidamente ad un ricongiungimento della coppia – immaginare che lei conosca meglio Girodelle, ne apprezzi alcuni lati del carattere e decida che è giusto costruire una vita con lui, perché con André sarebbe quasi un incesto o comunque malsano, verrebbe visto da una fetta dei possibili lettori come una eresia. Una fetta molto piccola spero  – è un fandom di vecchie babbione, non di adolescenti – ma pure sempre una fetta.
Fa sorridere: esistono forse regole “canoniche” non scritte il cui scopo è la prevedibilità del racconto e, in definitiva, la noia del lettore? O il lettore cerca propri quel tipo di storia? Non vuole essere affatto sorpreso, ma solo godere di una storia d’amore?

Per rispondere servirebbe una conoscenza di molto storie, sparse negli anni, ed io non ce l’ho. Per ora mi sentire solo di dire che, per alcuni, non è vera la frase multishipping is the way, accettata abbastanza tranquillamente in altri fandom, e che il fan, in quanto fan della storia, non è fan solo del mondo creato della Ikeda o dei suoi personaggi, presi singolarmente, alcuni  amati più degli altri, ma della storia d’amore di Oscar ed André.

E’ un bene o un male?

Né l’una cosa, né l’altra: è così ed è un dato di fatto – non si va oltre la semplice constatazione.
Non è un grosso problema – basta esserne consci e non aspettarsi chissà che feedback positivo nel caso ci si voglia imbarcare in una avventura in cui Girodelle non fa la solita parte dello stupratore delle stalle o del malinconico duepiccato al tramonto… cosa possibilissima, sia chiaro: non si scrivono fanfiction per un ritorno monetario, non ha quindi nessun senso preoccuparsi oltre un tot del feedback.E Girodelle una storia che gli renda giustizia , secondo me,  se la merita.

Il problema nasce nel momento in cui si cerca il modo di catalogare una storia: se il what if implica anche la rottura della coppia (anche solo temporanea) e non solo che “non sono morti”, che indicazione dovrebbe avere la storia su un archivio?
Basterà l’indicazione what if? Oppure ci vorrebbe una avvertenza speciale, che però rovina molta della sorpresa: se il succo della vicenda non è un giallo, ma solo sapere chi sceglierà Oscar, se ti dico che non è André fin dal principio… la leggerai lo stesso?

I

 

OOC2

Ma piace? Dipende.

Se penso al mondo di Harry Potter ne Il Calice di Fuoco, non era necessario: la storia era in corso, erano tutti ragazzini, ogni sviluppo era lecito ed i personaggi davvero molti.

Se penso al mondo di Lady Oscar: storia chiusa e inchiavardata – muoiono ad una età per l’epoca “importante”. Faccio pure notare che personaggi della stessa età, in Jane Austen, non erano considerati “materiale da storia d’amore”, come la mamma delle tre picccole Dashwood in Sense and Sensibility (per noi sarebbe una donna giovane, intenta a cambiare lavoro, fare pilates e acquagym e cantare in un coro, magari si trova pure un toyboy dato che ha figlie in età difficile e non vuole, magari risposarsi).Continua a leggere…

OOC

Peccato capitale della fanfic / avvertenza messa spesso per scrupolo. E’ un termine molto negativo: per lo più si indica che l’autore non è stato in grado di catturare su carta il personaggio – come un pittore che fa un ritratto che non somiglia per niente… è un cane!

Sta per Out Of Character: si fa agire il personaggio in un modo in cui non farebbe mai. L’origine viene dai giochi di ruolo, quando chi giocava doveva “parlare” agli altri giocatori non in quanto personaggio ma in quanto giocatore (passami la birra, ma che diavolo hai fatto? ragazzi è tardi e ho sonno).

Esempi?Continua a leggere…